Impianti di protezione attiva contro l’incendio: perché sono così snobbati in Italia?

Ing. Alessandro Temperini

Scritto da Ing. Alessandro Temperini
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il 21 Dicembre 2021 in News

Immaginate quanto stiamo per delineare come un incontro di box tra due grandissimi campioni, uno dotato di forza fisica e allungo, l’altro di agilità e velocità di esecuzione. Entrambi hanno le carte in regola per conquistare la cintura di campione, ma chi avrà il braccio alzato dopo l’ultimo round?

Traducendo dal contesto sportivo a quello di prevenzione antincendio, ci troviamo di fronte a una sfida analoga quando parliamo di protezione attiva contro protezione passiva. Chi vincerà la nostra attenzione di progettisti?

Scopriamolo insieme in questo Articolo.

Forse non te lo sei mai chiesto, ma in Italia si interviene pesantemente sulla misura passiva e ancora si presta poca attenzione sulla protezione attiva contro gli incendi. Perché questo comportamento?

Prima di vedere il confronto tra questi due criteri di protezione dall’incendio definiamo correttamente cosa sono.

Da un lato abbiamo la protezione attiva: intesa come tutti quegli accorgimenti messi in atto per ridurre le conseguenze dell’incendio, proteggendo cioè gli ambienti e le persone sia con una sollecita rivelazione dell’incendio sia con una rapida estinzione nella prima fase di sviluppo.

Tra le misure di protezione attiva si possono elencare:

  • Controllo dell’incendio
  • Rilevazione e allarme
  • Controllo fumo e calore

Potete trovare l’elenco completo di tali misure nel DM 20.12.12

Dall’altro abbiamo la protezione passiva che consiste in un insieme di sistemi di protezione che, nel caso in cui si verificasse un incendio, sono in grado di proteggere ciò che è conservato al loro interno senza richiedere alcuna azione.

Tra le misure di protezione passiva si elencano:

  • Reazione al fuoco
  • Resistenza al fuoco
  • Compartimentazione
  • Esodo
  • Gestione della sicurezza antincendio.

Le due strategie sono alla base della prevenzione incendi di tutto il mondo.

Esse poggiano su due filosofie diverse che comportano vantaggi e svantaggi, senza rendere una delle due più importante dell’altra. Per questo motivo vengono sempre, sempre utilizzate in sinergia in modo da garantire il livello di sicurezza richiesto.

Ma le cose stanno proprio così in Italia? Queste due filosofie sono considerate paritetiche e usate sempre concorrentemente?

C’è da dire che grazie all’introduzione del nuovo codice di prevenzione incendi (che ha sdoganato definitivamente l’ingegneria antincendio) è ora possibile sfruttare entrambe le strategie rifacendosi al concetto di Performance Based e sfruttarle nel miglior modo possibile per raggiungere l’obiettivo di sicurezza prefissato.

La differenza principale tra le due strategie può esser individuata nel rapporto rispetto all’evento incendio:

La protezione passiva è sempre presente, non si attiva in presenza dell’incendio e funziona a prescindere dal realizzarsi o meno dell’evento incidentale, non richiede l’azione di uomo o di un impianto e in definitiva non ha bisogno dell’incendio per attivarsi (eccezion fatta per i sistemi intumescenti che vengono definiti reattivi, ma rientrano comunque nella definizione di protezione passiva). Questa inoltre ha come scopo principale quello di scongiurare la propagazione e la diffusione dell’incendio.

La protezione attiva, al contrario, ha bisogno dell’incendio per funzionare e quindi attivarsi passando da uno stato di veglia a uno di allarme. I sistemi di protezione attiva hanno bisogno di un’azione umana o di un automatismo, il loro scopo primario è quello di portare in estinzione l’incendio o quanto meno di bloccarne lo sviluppo.

Ora però, non occorre dilungarsi nei dettagli di una o dell’altra misura, ma uno degli obiettivi di questo post è quello di soffermarsi su di un concetto importante, cioè che le strategie impiantistiche di protezione attiva non sono così diffuse come patrimonio culturale tra i professionisti antincendio.

Non si sa se questo sia un bene o un male; non è neanche chiaro se siamo in presenza di ragioni culturali, storiche, o una combinazione delle due, fatto è che il nostro interlocutore dell’amministrazione, cioè il Corpo Nazionale Vigili del Fuoco, tradizionalmente ha impostato la propria strategia antincendio complessiva sulla protezione passiva (cosa di cui, in Italia, possiamo vedere i frutti, visto il buono stato di queste pratiche nel nostro paese).

Per questo in Italia abbiamo forse una delle migliori qualità costruttive se confrontate con la maggior parte dei paesi occidentali, ma se ci confrontiamo con Stati Uniti, Svezia o Inghilterra, notiamo che le nostre costruzioni sono realizzate prevalentemente in materiali incombustibili.

La loro qualità è senza dubbio una delle ragioni per le quali, tutto sommato, il nostro paese non paga un dazio molto alto, ad esempio, in termini di morti per anno a causa diretta di un incendio; cosa che invece avviene in maniera drammatica e con numeri che sono molto più alti in altri paesi occidentali come la Germania o la Spagna.

Questo orientamento ha anche direzionato la formazione dei professionisti che in qualche modo hanno privilegiato la protezione passiva rispetto alla protezione attiva perché il concetto era: “Facciamo che resiste al fuoco per un certo tempo, poi arriva il vigile del fuoco a tirar fuori le persone che eventualmente fossero rimaste all’interno della struttura e successivamente estingue l’incendio.”

Visitando il sito web dei VVFF, in prima pagina vediamo scritto: “la missione del Corpo Nazionale Vigili del Fuoco è la salvaguardia della vita umana, naturalmente poi le cose e l’ambiente.”

Nulla da obiettare su questo, ci mancherebbe altro, è che poi questa mission si scontra con la realtà di tutti giorni.

Per cui, non sempre l’intervento può avvenire in tempi certi, misurabili con i tempi in cui l’incendio effettivamente può svilupparsi. Diciamo che quando il tempo dell’intervento è nell’ordine del quarto d’ora parliamo di un successo, ci sono casi in cui, sicuramente più sfortunati, dove invece vuoi per la distanza da percorrere o altri fattori in cui l’intervento è in mezzora o più.

Ma noi, abbiamo a che fare con un evento in cui i tempi e le condizioni di sviluppo sono estremamente più rapidi e allora ecco che nasce e si valorizza la prescrizione della resistenza al fuoco, quindi della protezione passiva.

Questa, tradotta in termini pratici, suona un po’ come a dire: “io Vigile del fuoco posso impiegare un po’ di più a intervenire, ma tu professionista fai in modo che resista al fuoco per più tempo, poi ci pensiamo noi…” Questa cosa oggi, in un paese industrializzato come l’Italia, si scontra con una realtà che burocraticamente e dal punto di vista legislativo è un po’ al palo rispetto a quello che succede in altri paesi europei.

Il codice, da questo punto di vista, è una manna dal cielo, perché consentirebbe… bé, pensate che la prima stesura trae uno spunto sostanziale dal British Standard 9999, che è un documento evoluto (poi è vero che anche gli Inglesi hanno i loro problemi ma non divaghiamo) però, da un punto di vista teorico esistono gli strumenti per potersi difendere. Purtroppo non esistono altrettanti strumenti per poter, da un lato fare controlli e dall’altro prevenire comportamenti eticamente poco idonei, per dirla con un termine leggero.

Aprendo una parentesi, mi permetto uno sfogo del tutto personale: se si applicano isolamenti in facciata, che sappiamo benissimo essere combustibili, e poi si producono documenti che attestano comportamenti diversi, di sicuro non siamo di fronte a un problema normativo, ma di fronte a un problema etico.

Ce ne rendiamo conto tutte le volte che, ad esempio, facendo l’asseverazione e partendo da una posizione di assoluta buona fede, andando a leggere le certificazioni notiamo che manca un pezzetto… oppure la prova era per una cosa differente da quella su cui effettivamente stiamo lavorando.

Prendiamo ad esempio l’incendio recente di Torino. Si tratta di un esempio classico, da manuale, in letteratura se ne trovano a decine di casi così, cioè l’uso del così detto lavoro a caldo in un contesto in cui non esistono adeguate misure di sicurezza. È davvero ovvio che in quelle condizioni si può sviluppare un incendio.

Lasciando Torino andiamo a Milano, dove il caso del grattacielo è, se vogliamo, più articolato e sofisticato. Questo rappresenta, purtroppo, un disastro che tutti si aspettano.

Ecco, di disastri che tutti si aspettano nel nostro paese purtroppo ce ne sono tanti, 10, 20, 100, non sappiamo il numero preciso, però è un fatto che nell’edilizia ci sia stata una certa libera interpretazione di quelli che sono i requisiti che ad esempio devono essere utilizzati per i materiali da costruzione.

Ancora adesso, se guardando qualsiasi catalogo, si trovano dei pannelli isolanti che vengono classificati come resistenti al fuoco, laddove dovrebbero far riferimento a una reazione al fuoco…spesso anche perché gli stessi costruttori non sanno bene la differenza.

Quindi capite bene che chi costruisce parte già non sapendo cosa sta facendo, e il mondo dell’asseverazione chiede certificazioni a vanvera, purché si produca carta da consegnare…

Si va poco lontano così.

Se questa comunicazione non c’è e chi progetta non lo sa, il posatore installa come suggerisce l’impresa e l’Asseveratore si accontenta di un pezzo di carta che dice che è tutto apposto…capite bene che qualcosa non va.

Lo sappiamo benissimo tutti e ci nascondiamo dietro un dito. Tutti lo sanno e tutti ci aspettiamo che qualcosa prima o poi avvenga, e qualcosa prima o poi avviene realmente.

E tutte queste cose, messe insieme potrebbero fare da statistica, da learned lessons, per dirla in inglese: ho fatto un errore e da quell’errore imparo.

Potrebbe addirittura essere una chiave di lettura del Legislatore il quale andrebbe a legiferare in modo leggermente diverso, più semplice o magari semplicemente meno vago, basandosi sulla case history.

Chiudendo la parentesi dello sfogo, bisogna trovare il coraggio per dire queste cose, altrimenti non cambierà mai nulla e si continuerà a giocare con le vite altrui.

Veniamo ora agli impianti e alla Protezione Attiva.

Sull’impianti ci sono da dire diverse cose. Una delle più importanti riguarda come è cambiato il codice nelle due edizioni, la prima del 2015 e la seconda 2019, in riguardo alle tabelle delle strategie che fissano i livelli di prestazione degli impianti.

I livelli sono gli stessi in entrambe le versioni, da 1 a 5, ma la lodo definizione è sostanzialmente diversa. Nella prima versione c’è una descrizione molto generica, che reca diciture non chiare come “livello II: protezione di base…”, che significa di base? Quanto è base? Si capisce subito che non va affatto bene.

Il nuovo codice, quello del 2019, dice che per protezione di base si intende “l’estinzione del primo principio di incendio”. L’approccio è prestazionale e ben definito: lo ottengo come posso, sta al progettista realizzarlo nel modo più opportuno e specificarlo nel progetto assumendosene le responsabilità.

Viene fornito quantomeno un paletto prestazionale un po’ più chiaro e diretto rispetto alla precedente versione dove era lasciato praticamente al caos più totale. Quindi, è importante rendersi conto è che effettivamente l’adozione di misure di protezione (non in tutti i casi, ma dove risulta necessario dall’analisi del rischio) è uno degli step indispensabili da fare sempre per ogni attività, anche solo per gli impianti.

Noi dobbiamo capire quale è il contesto in cui ci stiamo muovendo, valutarne i rischi di incendio e stabilire gli obiettivi da raggiungere, per poi impostare le strategie necessarie al raggiungimento. Tornando sul tema degli impianti, questi sempre più spesso nutrono l’interesse delle grandi compagnie assicurative che si chiedono l’importanza o meno della loro presenza. Facciamo un esempio: immaginate una grande città, tipo il centro di Milano o di Londra, dove il costo a metro quadro è proibitivo e si cerca di sfruttare più spazio possibile. La distanza tra edifici è, permettetemi il termine spazio sprecato. Questa può essere ridotta se, ad esempio, l’edificio è protetto da sprinkler, ed ecco che allora il costo beneficio della sua presenza sale. Anche nel codice ci sono condizioni in cui, date certe tipologie di impianto, altre strategie si possono rilassare, come la lunghezza delle vie d’esodo ecc… 

Cosa si intende dicendo che le strategie si possono rilassare?

Se proviamo ad avere un approccio olistico alla disciplina e quindi tenere conto di tutti i diversi fattori che definiscono il livello di sicurezza dell’edificio, capite bene che si traduce quasi immediatamente in una situazione tecnico ed economica vantaggiosa.

Qual è allora l’obiettivo degli impianti?

Bé, è quello di fare tutto quanto quello che l’uomo non può fare sostanzialmente…

Soprattutto quelli di tipo automatico, i quali intervengono ancora prima che ci siano condizioni di incendio tali da rendere insostenibile la presenza delle persone negli ambienti, quindi facilitare l’esodo, facilitare le squadre di soccorso e simili.

Può sembrare strano ma a volte si manifesta anche disinteresse dai VVF sugli impianti che però, quando si fa presente che permettono di salvare le squadre e farle intervenire su incendi di dimensioni decisamente inferiori, vengono visti realmente come vantaggio.

Ma c’è ancora un discreto gap da coprire.

Attenzione, si sta affrontando un discorso puramente teorico.Non sappiamo esattamente dove si trova il punto di intervento ed estinzione in cui si attiverà il mio sistema di protezione attiva, ma sarà sicuramente prima del flashover, sennò non serve assolutamente a niente.

Se gli impianti sono installati bene, progettati bene e mantenuti bene, intervengono nelle fasi iniziali e consentono un controllo e/o una estinzione certa.

In ogni caso, è ovvio che permettono condizioni più agevoli sia agli occupanti che alle squadre di intervento.

In ogni caso, quando le condizioni dell’incendio iniziano a interessare, ad esempio lo sprinkler, l’erogazione inizia e tutto ciò che sarebbe dovuto intervenire dopo, cioè la resistenza delle strutture, l’esodo con lunghezza breve, ecc… di fatto, è rilassato.

Se riusciamo, in casi come un edificio storico, ad applicare pedissequamente la norma prescrittiva, essa non è sempre diretta: le scale non posso farle dell’ampiezza che vorrei, non posso fare un muro dove ho un ambiente vincolato, ecc… si deve necessariamente ricorrere a Deroga, ed è lì che le competenze e la professionalità del progettista entrano in gioco in modo sostanziale. In questo senso gli impianti possono fare da puntello e far fare al progetto il salto di qualità per ottenere quel livello di sicurezza equivalente a quello che si sarebbe ottenuto applicando in modo letterale la norma prescrittiva.

Interessante punto di vista vero?

Allora, chi vince lo scontro? Quale dei due pugili avrà il braccio alzato dall’arbitro?

Riassumiamo:

  • le due misure dovrebbero lavorare insieme (1-1);
  • in Italia sono fortemente e storicamente privilegiate quelle passive (1-2)
  • il codice consente la miglioria prestazionale e l’opera intellettuale qualificata sa sfruttarla meglio per molti casi e in rapporto costi benefici: (2-2)

Siamo di fronte a un pari merito. Non ci sono vincitori, ma solo temi molto sensibili su cui è necessario iniziare a dire le cose come stanno, rompendo quei cardini concettuali e disfunzionali che non permettono un’evoluzione intellettuale atta alla protezione delle vite umane.

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